ALLA RICERCA DELLE PIÙ ANTICHE PAROLE IN ITALIANO PER LA VALORIZZAZIONE DEL TERRITORIO DOMITIO.

Vincenzo Buffardi

giugno 20, 2018

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Le più antiche parole in italiano

[Nell’immagine, il Placito Capuano del 960]

 

Si difende ciò che si ama, ma non si può amare ciò che non si conosce. Per cui, se si vuole procedere ad una tutela ed ad un rilancio della Riviera Domitia, per prima cosa bisogna impegnarsi a far conoscere il suo territorio ed il suo passato. E tra i fatti più significativi della storia di questa terra c’è quello di averci tramandato uno dei più antichi documenti con una frase scritta in lingua italiana. La vicenda che diede origine a questa testimonianza fu molto semplice.

Eravamo intorno all’anno Mille e, dopo la caduta e la dissoluzione dell’Impero Romano, l’Abbazia di Montecassino – direttamente o attraverso Monasteri ad essa collegati – costituiva l’unico punto di riferimento per le popolazioni dell’Alta Campania e del Basso Lazio. Purtroppo, un paio di secoli prima Montecassino era stata distrutta dai pirati saraceni e, approfittando della situazione di anarchia e di confusione che si era venuta a creare, molti si erano dati ad occupare le terre che erano appartenute all’Abbazia o agli altri Conventi. Per cui, quando i monaci benedettini si diedero a ricostruirli materialmente e spiritualmente, furono costretti ad impegnarsi in una serie di processi – all’epoca si chiamavano “placiti” – per rientrare in possesso di ciò che era appartenuto loro di diritto.

Uno di questi processi riguardava il Monastero di San Salvatore in Cucuruzzo, nel territorio di Sessa: e pertanto fu allestito nel Castello Ducale ed affidato al giudice Maraldo. I monaci di Cucuruzzo chiedevano di riavere le terre che erano state occupate da un certo Gualfrid. L’Abate, intervenuto personalmente al dibattimento, asserì che le terre erano state vendute e donate al Monastero da un devoto fedele, Pergoaldo. Il problema a questo punto fu di verificare se Pergoaldo fosse legittimamente il proprietario delle terre per poterle trasferirle al monastero. Il giudice Maraldo preparò la formula che i tre testimoni avrebbero dovuto leggere a voce alta, per poi giurare sulla sua veridicità.

Ma che per fa sì che la formula fosse ben compresa da tutti – ma proprio tutti! – e che non desse luogo ad ulteriori successive discussioni, decise (come aveva fatto tre anni prima un suo collega a Capua) di scriverla non in latino, ma nella lingua di tutti i giorni; quella che si parlava nelle strade, nelle case, nelle botteghe…

La formula recitava: <<Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai, Pergoaldi foro, que ki contene, et trenta anni le possette>>. Queste parole si leggono ancor oggi perfettamente nella pergamena conservata a Montecassino: sono il Placito Sessano. In italiano contemporaneo, più o meno, significano: “So che quelle terre, entro quei confini che ti mostrai, di cui si parla qui, furono di Pergoaldo, e trenta anni le possedette”.

I testimoni la ripeterono concordemente tutti e tre. Il Monastero ebbe quindi ragione, e il caso fu chiuso.

In una serata d’inizio primavera di marzo del 963, il giudice Maraldo, scendendo la rampa del Castello di Sessa per tornarsene a casa, probabilmente dovette pensare che per grazia di Dio era finita un’altra giornata di lavoro, una giornata di lavoro come tante altre. Ma che di quella giornata qualsiasi se ne sarebbe continuato a parlare dopo mille anni, questo di sicuro non potè immaginarselo…

 

Prof. Michele Scotto di Santolo

 

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